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giovedì 14 dicembre 2017

Sport mercoledì 29 novembre 2017 ore 05:00

Una disfatta epocale 60 anni dopo

​Una disfatta epocale che non ha precedenti nel calcio moderno, se non la mancata qualificazione ad Euro ’92, quando però la kermesse era soltanto a 8 squadre.

EMPOLI — Si può riassumere così ciò che è accaduto nel doppio confronto con la Svezia, che ha visto l’Italia pareggiare 0-0 a Milano dopo la sconfitta di Solna e clamorosamente non qualificarsi ai Mondiali. Sono arrivate le dimissioni di Ventura e quelle show Tavecchio, ma il risultato non cambia: si è raggiunto il baratro. Si è arrivati a un punto di non ritorno, all’anno zero del calcio italiano, momento di una rifondazione imminente ed impellente. A partire dai vertici e dall’allenatore, ma i cambiamenti devono essere radicati in tutto il sistema calcio italiano.

COME SI È ARRIVATI A TUTTO QUESTO?

La domanda che un po’ tutti si pongono è il motivo per cui si è arrivati a questo decadimento. Paradossalmente, il canto del cigno della Nazionale Italiana è rappresentato dalla lotteria dei rigori di Berlino 2006. Un lento declino, intermezzato solo dagli Europei, in cui gli azzurri hanno sempre fatto bella figura, che ha raggiunto il suo apice in negativo a Milano. I mondiali del 2010 verranno ricordati come i peggiori della storia azzurra, con piccolissime possibilità di essere battuti: eliminazione ai gironi nel 2010 e nel 2014, mancata qualificazione nel 2018. Un disastro.

OBBLIGO DI RIPARTIRE

Il calcio italiano ha l’obbligo di ripartire. Sarà scelto un allenatore esperto anche a livello internazionale, da una lista di candidati che vede come favorito Carlo Ancelotti , Sarà scelto, molto probabilmente, un commissario straordinario per la FIGC e poi si andrà alle elezioni. Sul tavolo ci sono molte riforme, che sarebbero necessarie per permettere a tutto il sistema di trovare una collocazione definitiva e cercare di arrivare ai livelli delle grandi Nazioni come la Germania e la Spagna. Il progetto deve essere a medio-lungo termine: bisogna ripartire dai Centri Federali in cui costruire i futuri campioni ed educarli alla disciplina calcistica in tutto e per tutto, dare una speranza ai giovani e farli giocare e creare un’identità calcistica nazionale, come c’è sempre stata. Soprattutto per quanto riguarda il secondo punto, si sta spingendo molto per la creazione delle squadre B, che permettano a giovani calciatori di mettersi in mostra nell’ambiente di rose già profondamente competitive; in questo modo, non si avrebbe il problema che i giovani calciatori non possono mettersi in mostra e anzi, avrebbero tantissime chance.

Altro punto dolente è rappresentato dagli stadi. Oramai anche i paesi meno avanzati calcisticamente ed economicamente hanno degli impianti molto più funzionanti dei nostri. A oggi, soltanto Juventus e Sassuolo hanno uno stadio di proprietà. Istituzioni di governo e sportive devono assolutamente cooperare per dare una svolta a questa gravissima mancanza.

SERIE A CON MENO SQUADRE?

L’altro grave problema viene rappresentato dalla poca competitività del calcio italiano. C’è un divario tra le prime 4 della classe e il resto che sembra essere abissale, ma negli ultimi anni soltanto la Juventus si è dimostrata abile a competere in Champions League, nonostante l’esaltazione di rose e calciatori di qualsivoglia calciatore che si metta in mostra con qualche prestazione importante. Ciò vuol dire che la possibilità di giocare un campionato più allenante e con squadre che abbiano rose più competitive è da prendere in considerazione. Bisogna eliminare la presenza del “gruppo di mezzo”, cioè quelle squadre che, per limiti tecnici, non raggiungeranno grandi obiettivi, ma per via della presenza di compagini molto inferiori al livello medio della Serie A, non lotteranno per la salvezza, avendo già raggiunto lo scopo ancor prima di cominciare.

È indubbio che affrontare una squadra del genere, che non gioca con il sangue agli occhi e non mette in campo tutto, rappresenta un risparmio di forze e di energie che può procurare, alla lunga, una disabitudine a giocare ad alti ritmi. Per farlo, l’unica soluzione è quella di diminuire il numero di squadre presenti in Serie A. Ne gioverebbero un po’ tutti: gli spettatori, che avrebbero uno spettacolo migliore, le squadre di vertice, per i motivi appena citati e per gli introiti maggiori dei diritti TV (che ovviamente si alzerebbero con più partite di cartello); quest’ultimo, ovviamente, ci sarebbe anche per le società della parte destra della classifica.

Ripartire subito, farlo in fretta. Non si possono trovare elementi positivi dopo la disfatta di Milano, ma è necessario capire che è una delle pochissime chance per rivoluzionare un movimento che, anno dopo anno, sta scendendo di livello sempre di più. Siamo l’Italia, non possiamo permettercelo.

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