Cronaca

Ditte fantasma per gabbare il fisco, sequestro milionario

Fatture per operazioni inesistenti e organizzazione ramificata in tutta Italia: due indagati e 17 società cartiere nell'inchiesta della Finanza

Foto di repertorio

Fatture per operazioni inesistenti, 17 società fantasma e rapporti commerciali fittizi con ramificazioni in tutta Italia: tutto per gabbare il fisco evadendo le imposte. Due persone risultano indagate nell'inchiesta della guardia di finanza di Firenze che ha proceduto ad eseguire il sequestro di beni mobili e immobili per un valore complessivo di circa 2 milioni di euro nei confronti degli indagati e delle società a essi riconducibili.

Il provvedimento di sequestro ha riguardato, in particolare, beni e disponibilità fra rapporti bancari e finanziari, proprietà fondiarie e immobiliari, crediti d’imposta, autoveicoli, gioielli e orologi di lusso.

A indagare sono state le Fiamme Gialle della compagnia di Empoli, sotto la regia della procura di Firenze. Tutto è cominciato dal monitoraggio di un gruppo di società dell'Empolese fra loro in rapporti commerciali e con pendenze nei confronti dell'erario. Quelle imprese non avevano dipendenti, né macchinari o attrezzature, né erano titolari di utenze ad esempio elettriche. 

Secondo quanto ricostruito nel corso delle indagini, quelle ditte sarebbero state utilizzate per l’emissione di fatture relative a operazioni inesistenti, attraverso le quali imprese terze avrebbero potuto indicare nelle proprie dichiarazioni costi mai effettivamente sostenuti, conseguendo in tal modo indebiti risparmi d’imposta.

Il passo avanti delle indagini

Da lì l'impulso agli approfondimenti che hanno condotto gli investigatori in tutta Italia. Sono state così individuate altre 15 imprese ritenute 'cartiere', collegate alle società toscane da rapporti commerciali che però sarebbero stati fittizi, utili solo a generare ulteriori risparmi d'imposta.

Le indagini hanno inoltre consentito di far emergere un ulteriore e distinto meccanismo ritenuto fraudolento e che avrebbe mirato a depauperare il patrimonio della società empolese maggiormente indebitata nei confronti dell’erario.

Quest’ultima, pur mantenendo l’effettiva disponibilità di un capannone a uso industriale, lo avrebbe ceduto a un’altra società del medesimo gruppo, spogliandosi formalmente di un rilevante cespite patrimoniale e ostacolando, in tal modo, eventuali azioni di riscossione coattiva nei propri confronti.