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Giovedì 24 Settembre 2026

LE PREGIATE PENNE — il Blog di Pierantonio Pardi

Pierantonio Pardi

Pierantonio Pardi ha insegnato letteratura italiana all’ITAS “ Santoni” di Pisa fino alla pensione. Il suo esordio narrativo è stato nel 1975 con il romanzo "Testimone il vino" , ristampato nel 2023 sempre dalla Felici Editore, nel 1983 esce "Bailamme" (ristampato nel 2022 con Porto Seguro editore). Negli anni seguenti ha pubblicato come coautore “Le vie del meraviglioso” (Loescher,1966), “Il filo d’Arianna (ETS, 1999) e da solo “Cicli e tricicli” (ETS 2002), “Graaande …prof (ETS, 2005) e “Il baffo e la bestia” (ETS 2021), "Erotiche alchimie" (ETS,2024) e "La disgrazia di chiamarsi Lulù" (Felici Editore, 2024). Ha curato l’antologia “Cento di questi sogni” (MdS, 2016) ed è direttore editoriale della collana di narrativa “Incipit” (ETS)

​Mario Pratesi "L'eredità"

di Pierantonio Pardi - Giovedì 24 Settembre 2026 ore 08:00

L’eredità

“L’eredità” è un romanzo dello scrittore verista toscano Mario Pratesi. È un'opera cupa e realista che analizza con lucidità l'avidità umana e le dinamiche familiari della provincia toscana del XIX secolo.

Pratesi non è mai stato troppo considerato dalla critica che lo ha spesso etichettato come un verista minore, ma in realtà il suo è un verismo anomalo, ben diverso, per intenderci da quello di Verga. Ne “L’eredità” prevale su tutto la cupidigia e l’ossessione del denaro di fronte alla quale anche un omicidio viene giustificato e uno dei protagonisti, Amerigo, è il classico stereotipo del dissoluto che ha tagliato i ponti con la famiglia contadina da cui proviene; ma la sua è una fuga ben diversa da quella di ‘Ntoni, il giovane, de “I Malavoglia”

Entrambi i personaggi rappresentano la figura dell'emarginato che tenta di spezzare i vincoli del mondo contadino/popolare, ma le dinamiche socio-economiche, la natura della loro ribellione e l'ambientazione creano profonde differenze narrative e ideologiche.

Per ‘Ntoni la molla della ribellione è economica e sociale: rifiuto della fame, della fatica fisica e del fatalismo rassegnato della famiglia, per Amerigo la molla è psicologica ed esistenziale: insofferenza verso la vita di provincia e attrattiva per la città, venata di vizio e passioni sregolate. ‘Ntoni spezza il “patto morale” del nido familiare provocando la rovina economica e morale de I Malavoglia, Amerigo è vittima e complice del disfacimento della famiglia che si sbrana per la spartizione dell’eredità.

La trama

1. La stirpe de I Casamonti

La storia inizia a Poggio Sole, in territorio senese. I Casamonti discendono da Campagnatico e sono venuti fin dai tempi della vecchia repubblica senese a lavorare le terre dei conti Della Pula.

Il capostipite è Margaritone Casamonti, uomo di forza leggendaria che la domenica andava a Firenze solo per sfidare a pugni i Fiorentini sul Prato delle Burella, perché l'odio contro Firenze era un sentimento avito della razza. Ebbe 14 figliuoli, governati a legnate.

Alla sua morte, il primogenito Stefano gli succede nel governo della famiglia, cercando di mantenere lo stesso regime autoritario. Ma senza l'autorità del padre, i fratelli si ribellano: la casa isolata nell'uzza cupa del bosco pareva un antro di fiere selvagge. Alla fine pretendono la loro parte di eredità - quel "migliaretto di scudi" - e se ne vanno, lasciando Stefano solo a Poggio Sole.

Due condizioni spingono Stefano ad andarsene: i fratelli rimasti nei poderi vicini che chiedono sempre qualcosa a sua moglie Giovanna, e il fatto che i Della Pula hanno venduto la fattoria a un negoziante ricco e ficcanaso.

2. La Viaccia e lo zio vinaio

L'occasione gliela offre il fratello Ferdinando. Ferdinando Casamonti è l'unico con cui Stefano non ha rotto: è rimasto a Firenze, nelle anticamere dei conti Pula, e poi è stato messo a vendere il vino di fattoria al finestrino del loro vecchio palazzo.

Il conte Pula, vendendo il palazzo, stabilì per atto magnanimo che non fosse in facoltà di nessuno il poter privare il suo servo fedele, Ferdinando Casamonti del fu Margaritone, delle stanze a terreno dove il detto Ferdinando teneva allora cantina.

Ferdinando, facendo il vinaio in Via del Carroccio, ha accumulato di nascosto una grossa somma in un portafoglio di pelle rossa. Con quei quattrini prende in affitto un podere vicinissimo alla città, proprio lì al cimitero, sulla collina chiamata La Viaccia.

Il podere è descritto come un casolare oltre il muro della strada, circondato dagli ulivi, con le pannocchie del granturco sulla loggia, ma con finestruole tetre che guardano il cimitero. Propone a Stefano di venirci a coltivarlo insieme: Stefano coltiverà, Ferdinando pagherà il livello alla congregazione proprietaria e si rifarà a vendemmia.

Stefano accetta. Si trasferisce con la famiglia - la moglie Giovanna e i figli - in questo paesaggio di confine tra città e campagna, tra vivi e morti, dove il cimitero diventa la "scena fissa" davanti alla casa.

3. La seconda eredità

Firenze, 1885. Muore il vecchio patriarca della famiglia Casamonti. Come sua ultima volontà vorrebbe lasciare il podere a Stefano, in quanto lo ritiene l'unico in grado di poterlo gestire adeguatamente.

Ma la legge non lo permette: la tenuta viene ereditata da tutti i figli. È qui che entra in gioco Ferdinando: che ha fatto una discreta fortuna con la sua bottega di vinaio a Firenze, rileva le quote degli altri e consente a Stefano di continuare ad occuparsi della proprietà fino alla propria morte.

Ferdinando è vecchio, malato, senza eredi legittimi. Vive a Firenze con la sua compagna Beppa - una donna del popolo, mai sposata, madre di un figlio illegittimo - che gestisce la cantina con lui. Tutta la famiglia di Stefano inizia a vedere in Ferdinando la futura, ricchissima eredità.

4. Amerigo "Ghigo" a Firenze

Per ingraziarsi lo zio, Stefano manda a lavorare da Ferdinando il figlio Amerigo, detto Ghigo. Ragazzo contadino, bello e ingenuo, Ghigo deve diventare l'erede designato.

Arrivato in città, invece di fare il garzone, Ghigo scopre Firenze e si innamora perdutamente di Zaira , affascinante prostituta di un casino di lusso. Inizia una relazione dispendiosa che lo spinge a derubare lo zio, per pagare regali, vestiti, stanze.

Ferdinando se ne accorge e, aizzato dalla compagna Beppa che ha tutto l'interesse a mettere zizzania fra l'uomo e il resto della sua famiglia, lo rispedisce in campagna in disgrazia.

Ghigo non riesce più ad adattarsi alla vita contadina. Il padre, come punizione per aver messo a rischio il futuro di tutti, lo costringe ai lavori più pesanti. Fugge di nuovo a Firenze, dove scopre che Zaira ha già trovato un altro mantenuto.

Per starle vicino, si abbassa fino a farsi assumere come attendente-servo nel casino in cui lei esercita. Nel frattempo frequenta un gruppo di anarchici, ma il suo amore per Zaira prevale su tutto.

5. Il finale tragico

È in questo periodo che Ferdinando, in punto di morte, è costretto al matrimonio riparatore dalla compagna Beppa, che ne eredita quindi le proprietà, compresa la Viaccia.

È la beffa finale: la famiglia contadina che ha sognato per anni quell'eredità, che ha sacrificato il figlio per ottenerla, si ritrova espropriata da una donna del popolo, furba e legittimata dal matrimonio all'ultimo momento.

Durante i festeggiamenti carnevaleschi al casino, Ghigo viene accoltellato dall'altro spasimante di Zaira per gelosia. Scappa dall'ospedale non ancora guarito per cercarla, ma lei lo fa respingere dalla tenutaria, anche se lui riesce a intravederla dietro una porta.

Umiliato, ferito, decide di tornare alla Viaccia. Da lontano assiste alle angherie che la nuova padrona Beppa infligge a suo padre Stefano, minacciando la vendita del podere.

Muore dissanguato, a pochi passi dalla casa di famiglia, sulla strada polverosa tra le crete senesi, proprio lui a cui il nonno aveva detto che un giorno quella terra sarebbe stata sua.

Ne “L’eredità” si ritraccia la pluralità dei registi stilistici: da quello lirico (più che esplicito nelle descrizioni della natura nell’imminenza della morte di Amerigo) a quello espressionistico (segnatamente in occasione del ballo nel postribolo) a quello passionato e satirico (nei confronti delle istituzioni e delle autorità civili e religiose) a quello idillico (nella raffigurazione della vita familiare di Filusella), a quello comico (o da opera buffa, nell’occasione del tentato furto di Amerigo; nel colloquio Beppa – Nando prima della preventivata partenza dell’uomo per Rapolano; nonché nelle reazioni della Beppa dopo la morte del vinaio:

La Beppa allora volle dare agli astanti (tacevano tutti commossi) una rappresentazione del suo dolore che fosse pari all’enormità della circostanza: tale rappresentazione si potrebbe dividere in varie scene:

Scena prima : Ella guardò il morto ripetendo benissimo tutti quegli sguardi , quei fremiti, quei sospiri, quegli orrori , quei raccapricci che sono altrettanti precetti teorici per raggiungere nella disperazione il massimo effetto.

Scena seconda: Passò quindi a una varietà d’atti e d’attucci con la testa e col corpo, dondolandosi avanti, dondolandosi indietro, appoggiandosi a questo, appoggiandosi a quello per non svenire , con la destra premendo il cuore, e torcendo il capo come vediamo fare alla gatta quando si lecca.

Le scene sono cinque, ma le altre tre non ve le racconto per non togliervi il gusto di andarle a scoprire, ma vi assicuro che sono esilaranti, e di siparietti di questo tenore il libro è assai ricco.

Concludo citando dalla prefazione di Giancarlo Bertoncini:

Iin altri termini, Pratesi compie in questo romanzo il massimo sforzo di strutturare in forma coerente un organismo narrativo che contenga la pluralità di suggestioni da cui egli fin dagli esordi si sente animato e che confessava nella celebre lettera all’ Abba dell’ 11 maggio 1869 nella propensione verso un’arte casalinga, semplice, passionata, lirica e satira insieme, che riflettesse tutti i colori del prisma sociale, tutte le armonie della vita e della natura.

Pierantonio Pardi

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