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Mercoledì 25 Marzo 2026

PAGINE ALLEGRE — il Blog di Gianni Micheli

Gianni Micheli

Diplomato in clarinetto e laureato in Lettere, da sempre insegue molteplici passioni, dalla scena alla scuola, dalla scrivania alla carta stampata, coniugando il piacere della scrittura con le emozioni del confronto con il pubblico, nei panni di attore, musicista, ricercatore, drammaturgo e regista. Dal 2009 è iscritto all’Ordine dei Giornalisti della Toscana riversando nella scrittura del quotidiano le trame di un desiderio di comunicazione in cerca dell’umanità dell’oggi, ispirata dalle doti dell’intelligenza, della sensibilità e della ricerca della felicità immateriale.

​In casa ho una macchina del tempo

di Gianni Micheli - Mercoledì 25 Marzo 2026 ore 08:00

Ho sempre sognato di viaggiare attraverso il tempo immaginando marchingegni fantascientifici, leve cromate, quadranti luminosi e una finestra sulla testa da dove veder scorrere lampi di luce a velocità vertiginose. Per molti anni è stata l'immagine che mi ha accompagnato nel sonno dalla mia astronave in forma di cameretta. Giunto e superato il passaggio del mezzo secolo posso oggi affermare che la realtà è molto meno scenografica ma assai più efficace: la macchina del tempo esiste davvero, funziona benissimo, non consuma energia e spesso ce l'ho sul comodino, accanto al divano o sul mobile del televisore perché il televisore, da solo, mi mette tristezza (un libro non c'è mai riuscito). Si chiama letteratura. E, per essere più esatti, come riporta il libro accanto al televisore, ha nome Grazia Deledda, un’autrice capace di attivare quest'originale macchina del tempo con una naturalezza a dir poco spiazzante.

Leggere Deledda, oggi, non significa soltanto incontrare una grande scrittrice, premio Nobel e figura centrale della nostra letteratura. Significa entrare, quasi senza accorgercene, in un’Italia che sembra remota come un continente perduto e che invece, per molte persone come me, quelle della Generazione X, è ancora legata a un filo sottilissimo ma tenace: quello della memoria indiretta, dei racconti di famiglia, degli oggetti sopravvissuti, di un lessico domestico che ogni tanto riaffiora.

Per i nati tra il 1965 e il 1980 il viaggio è particolarmente semplice. Ed anche emozionante. Se non ci avete mai pensato, insomma, conviene mettersi in moto!

Non dico certo nulla di nuovo. La Generazione X è cresciuta in una terra di mezzo tra due mondi: abbastanza vicina all’analogico da ricordarne il ritmo, abbastanza dentro il digitale da sapere quanto tutto sia cambiato. È la generazione delle cabine telefoniche, delle schede da collezione e dei primi cellulari enormi, delle lettere scritte a mano e delle e-mail, dei vinili collezionati in un mobile e dei file mp3 masterizzati con pazienza certosina. Una generazione di confine, insomma. E chi vive sui confini ha spesso un talento speciale: riconoscere ciò che è scomparso.

Per questo leggere Grazia Deledda produce un effetto quasi immediato. Non si entra solo in un romanzo: si entra in un tempo. Un tempo fatto di utensili, di mani che sanno fare, di stagioni che non erano soltanto sfondo ma struttura stessa della vita. Un tempo in cui il lavoro aveva una materialità che oggi ci appare quasi epica ma che sappiamo appartenere ancora ai nostri nonni e nonne e, in parte, ai nostri padri e madri: zappe, ceste, telai, fuochi, pane, terra, animali, sentieri. Un tempo in cui il rapporto con il mondo passava ancora attraverso i corpi, la fatica, il clima, la luce del giorno. Niente notifiche, nessun aggiornamento software, nessuna password da reimpostare. Solo la realtà, nel suo formato ruvido e concreto. Tutta materia per il prodigio della letteratura.

Leggo Deledda e torno a quel mondo non come farebbe un manuale di storia, con date e note a piè di pagina. No: torno lì col respiro. Con i paesaggi, con i silenzi, con le case, con i gesti minimi, con la presenza continua di una natura che non è decorativa ma decisiva. Nei suoi libri sento il peso della terra, il giro delle stagioni, l’ostinazione del destino, il valore concreto delle cose. E all’improvviso quel passato non è più soltanto “passato”: diventa esperienza. La mia, personale e familiare.

Per un lettore della Generazione X, proprio come me, tutto questo ha un sapore particolarissimo. È scoperta e riconoscimento. Magari non si è vissuto direttamente quel mondo contadino, arcaico, severo. Ma lo si è sfiorato nei racconti dei nonni, nei modi di dire dei genitori, in certe cucine di campagna, in certi utensili appesi al muro senza più uso ma non senza significato. Lo si è intravisto in un’infanzia ancora abbastanza vicina alla vita materiale da capire che una volta il tempo non si “gestiva”: si seguiva. Il raccolto, il freddo, la pioggia, l’alba, la vendemmia, la semina. Altro che agenda condivisa.

Leggo Deledda e la lettura si fa strana, bellissima operazione mentale: sembra lontanissima, eppure tocca qualcosa di familiare. Come quando si apre un cassetto e si ritrova un oggetto di cui non si ricordava l’esistenza, ma che appena appare rimette in moto un’intera costellazione di ricordi. La sua letteratura fa proprio questo: riattiva.

Riattiva un’Italia preindustriale, ma anche un modo di percepire la vita che oggi ci appare quasi rivoluzionario nella sua lentezza. Nei suoi romanzi il mondo non corre: matura. Non lampeggia: dura. Non si consuma in fretta: si deposita. E forse è anche per questo che leggerla oggi produce un effetto così potente. In un tempo che ci abitua alla rapidità, all’istantaneo, al frammento, Deledda ci rimette davanti alla densità dell’esistenza. Alla lunga durata dei sentimenti, delle colpe, dei legami, dei paesaggi interiori.

Naturalmente non si tratta di nostalgia da cartolina, quella un po’ zuccherosa che trasforma il passato in un presepe permanente. Il mondo raccontato da Grazia Deledda non è affatto un paradiso perduto. È duro, severo, spesso implacabile. È attraversato da regole rigide, da fatiche vere, da dolori che non hanno nulla di pittoresco. Ma proprio per questo funziona come macchina del tempo seria, non come attrazione turistica. Non ci offre il passato imbellettato: ci offre il passato vivo.

E tuttavia, se proprio a questa macchina del tempo si vuole dare anche una forma fisica, un indirizzo, una soglia da attraversare davvero, allora bisogna andare a Nuoro. Perché la macchina del tempo firmata Deledda esiste anche in muratura, legno, stanze, scale, oggetti: è la sua Casa Natale, oggi Museo Deleddiano. Lì il viaggio cambia ancora natura. Non è più solo quello interiore e potentissimo che si compie leggendo, ma diventa una passeggiata concreta dentro gli spazi che hanno custodito un immaginario, una sensibilità, uno sguardo sul mondo. Visitare quella casa significa avvicinarsi non soltanto alla biografia di una scrittrice, ma a una soglia più ampia, quasi a un punto di passaggio tra la vita vissuta e la vita raccontata.

Ed è forse questo l’aspetto più bello: la Casa Natale non chiude Deledda dentro quattro mura, semmai fa il contrario. Le mura diventano un punto di partenza. Da lì si esce verso le sue pagine, e dalle pagine si torna ai cortili, ai paesaggi, ai ritmi, alle ombre e alle luci di un mondo che la scrittrice ha saputo trasformare in letteratura. Una visita così permette più di un viaggio: dentro una casa, certo, ma anche fuori da qualsiasi muro. Dentro una memoria culturale, dentro una geografia dell’anima, dentro quel tempo lontano che nei libri continua a respirare.

Per la Generazione X questo viaggio ha qualcosa di personale. È il privilegio di appartenere all’ultima generazione che abbia ancora sentito l’eco diretta di quel mondo senza averci abitato davvero. Quella che ha conosciuto la modernità prima che diventasse totale, e che quindi, leggendo Deledda, non percepisce solo una distanza storica ma anche una vibrazione familiare. Come se tra la pagina e il lettore si tendesse un ponte fatto di memoria culturale e memoria domestica.

Leggo Deledda e non avverto solo il racconto di un’altra epoca, ma la sua accessibilità. L’effetto è quasi miracoloso. È come varcare una soglia e trovarsi in un’Italia di campi e cortili, di fuoco e polvere, di stagioni che dettano legge e di oggetti che hanno ancora un nome, un peso, una funzione. Un’Italia lontanissima ma non del tutto estranea.

E a Nuoro, quella soglia si può perfino toccare.

Forse è proprio questa la magia più sorprendente: scoprire che il passato è silenzioso e che basta una voce grande, nitida, necessaria come quella di Grazia Deledda per farlo parlare di nuovo. A volte attraverso una pagina. A volte attraverso una casa. Sempre attraverso un’esperienza che ci sposta, ci allarga, ci porta altrove. Altro che macchina del tempo: bastava aprire un libro. O una porta.

Fra un segno e l’altro del registro i clienti del frantoio le raccontavano i loro guai, i loro drammi: qualcuno la pregava di scrivergli una lettera o una supplica. Così le venne lo spunto per un nuovo romanzo; attinto dal vero: attinto come la pasta nera delle olive dalla vasca del frantoio, che si mutava in olio, in balsamo, in luci; e mise un titolo grigio, che sotto però nascondeva anch’esso il seme del fuoco: lo intitolò Rami caduti”. Grazia Deledda, Cosima, Il maestrale, p. 136.

Gianni Micheli

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