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Domenica 18 Gennaio 2026

RACCOLTE & PAESAGGI — il Blog di Marco Celati

Marco Celati

MARCO CELATI vive e lavora in Valdera. Ama scrivere e dipingere e si definisce così: “Non sono un poeta, ma solo uno che scrive poesie. Non sono nemmeno uno scrittore, ma solo uno che scrive”.

La trappola di Tucidide, o della 3ª C

di Marco Celati - Domenica 18 Gennaio 2026 ore 08:00

Il professor Scordo, Ulisse di nome e di fatto grazie alle peregrinazioni didattiche per la penisola da precario qual era, entrò in classe. Liceo Classico 3ª C. Appese il soprabito grigio all’attaccapanni sfoggiando un completo Principe di Galles che aveva conosciuto stagioni migliori, con maglia a collo alto scura e polacchine di camoscio blu. Si sedette alla cattedra nel brusio della classe, dette una scorsa al registro e uno sguardo a studenti e studentesse. Tutte e tutti presenti.

- Buongiorno. Allora, dove eravamo rimasti? Ricordate che vi avevo detto di segnarvi la “trappola di Tucidide”? Bene, ripartiamo da qui. E prima di tutto inquadriamo il personaggio ed il tempo. Tucidide nacque nel 460 a.C. ad Alimunte, sulla costa sud di Atene. Era di nobile famiglia, imparentato con Milziade, il comandante vittorioso di Maratona. Sostenitore di Pericle, fu stratega della flotta di Atene nella guerra contro Sparta. Quindi fu uno storico, un letterato, ma anche un militare. In seguito alla sconfitta ateniese della battaglia di Anfipoli, fu esiliato. Secondo alcuni storici in Tracia, dove si dice sia vissuto 20 anni, secondo altri rimase ad Atene, comunque lontano dalla guerra. Ciò, insieme al suo livello culturale, contribuì all’imparzialità della sua testimonianza storica, pur essendo lui Ateniese. Fu il primo a dare alla storia il carattere di “scienza”. La storia per Tucidide infatti non nasce dalla complicità degli Dei con il Fato, ma è prodotta solo dalle azioni degli uomini. E avvalorò questa tesi, per quanto possibile, con la valutazione diretta dei fatti e attraverso le citazioni dei protagonisti. I discorsi di Pericle, ad esempio. Documentò e scrisse “La Guerra del Peloponneso”, composta da otto libri, un resoconto, analitico e cronologico del conflitto che oppose Sparta e Atene tra il 431 e il 404 a.C. Atene era una potenza di mare con un sistema democratico e una politica imperialista e capitanava la lega Delio-Attica. Sparta, che comandava la lega del Peloponneso, era una potenza di terra con un sistema oligarchico. Tucidide ci racconta la Guerra fino al 411, gli anni della ripresa delle ostilità di Atene con Sparta, culminate con la disastrosa sconfitta della spedizione ateniese nelle colonie siciliane guidata da Alcibiade, nipote di Pericle. L’opera di Tucidide si interrompe qui. La parte finale della guerra, dal 410 al 404, secondo lo storico Luciano Canfora è da identificarsi nei libri primo e secondo delle “Elleniche” dello storico ateniese Senofonte. La Guerra del Peloponneso, durò 27 anni e finì nel 404 a.C. con la vittoria definitiva di Sparta. Sparta si era alleata con i Persiani, a cui aveva chiesto sostegno, dando loro in cambio mano libera sulle Poleis dell’Asia minore per la cui libertà ottant’anni prima i greci avevano strenuamente combattuto e vinto le due Guerre Persiane. La Persia riacquisterà così una certa influenza. Ennesima dimostrazione della vanità e delle contraddizioni della guerra. Tucidide descrisse con dovizia di particolari la causa, il significato e la sostanza dei quegli eventi storici. Possiamo considerarlo il capostipite della storia moderna.

Il Modesti, primo della classe, dal primo banco, alzando la mano:

- E allora Erodoto, prof?

- Grazie Modesti per il contributo, in effetti prima di lui c’era stato Erodoto detto di Alicarnasso, città greca dell’Asia Minore, oggi in Turchia, che visse presumibilmente dal 484 al 425 a.C. e fu chiamato da Cicerone “il padre della storia”. E il primissimo narratore storico fu lui. Lui dette il nome alla storia con una parola, ἱστορία, “istoria”,che in greco antico significava “ricerca”. Scrisse “Le Storie”, composte da nove libri, che abbracciano un periodo che va dal 492 al 478 a.C. Scritte, cito l’autore, “perché delle imprese umane non svanisca col tempo il ricordo; né delle gesta grandi e meravigliose, compiute sia da Elleni che da Barbari, si oscuri la gloria”. Erodoto non parteggiava cioè smaccatamente per gli uni o per gli altri. Viaggiò molto, in Asia, Grecia, Egitto. Si trasferì a Turi, città calabra della Magna Grecia, dalle mie parti. Fu anche un geografo, documentò luoghi e fatti che vide, ma anche di cui sentì parlare, descrisse in particolare le Guerre Persiane. La sua fu una “narrazione”, non per riprendere lo stucchevole ricorso a questa parola, oggi molto in voga, ma nel vero e proprio senso del termine. La storia ai tempi di Erodoto era raccontata in pubblico, non c’erano storici, ma “Logografi”. Oggi forse si direbbero contastorie o giornalisti e a volte non c’è tanta differenza. Se la storia doveva essere rappresentata e declamata come a teatro, bisognava che fosse anche favolosa, drammatizzata ed enfatizzata dal mito e dagli interventi degli Dei, per attrarre l’attenzione del pubblico. Erodoto era il più bravo a raccontare storie e per questo vinse anche un premio in denaro. Siamo quindi, a mio avviso, nel solco della tradizione fantastica di Omero, il cieco cantore dell’Iliade e dell’Odissea. Ovviamente oltre, da un punto di vista storico. Omero ci dà un poema di poesia, Erodoto un’opera di prosa. Quindi non è “la” storia, sono “le” storie. Questa almeno, è la mia interpretazione.

- Ma i “logografi” recitavano, come certi attori di teatro oggi, che raccontano e interpretano fatti o storie?

- Più o meno: erano scrittori del “Logos”, la parola, il pensiero, il discorso, la prosa. E leggevano o declamavano in pubblico.

- Mi piacerebbe provare, professore.

- Be’, Socrate diceva: segui il tuo “Demone”. La tua indole, la tua vocazione. Forse dovresti fare l’attore, Bianchi.

- Ma probabilmente farò medicina…

- Va bene lo stesso, non ti avvilire. Da tempo mi sono fatto persuaso, Socrate non me ne voglia, che ci possano essere più “demoni” che ci agitano. Forse seguirli aiuta a restare giovani per sempre.

- Mmm… Professore, scusi, a proposito dell’Iliade, ma perché non continuarono a chiamare Ilio, col suo primo nome greco, invece di Troia? Persa per persa sarebbe stato meglio, pure per Omero e, quanto a reputazione, anche per la povera Elena, appunto di Troia, che si porta addosso gli equivoci infamanti e maliziosi di quella discendenza. Ilo, da cui Ilio, fu il Re fondatore della città e poco importa se era figlio del Re di Dardania, Troo, l’eponimo di Troia e dei troiani. La cosa sarebbe rimasta fra padre e figlio -il figlio di Troo, sempre meglio che di Troia- e quindi assai più circoscritta e non di pubblico dominio.

- Sempre spiritoso il nostro Celati, che mette poche nozioni al servizio di una notevole scemenza! Ho letto anche il suo tema di qualche giorno fa sul mito e la storia. Parodistico e divertente. Non so però se sarà sufficiente per la promozione e la maturità. L’unica, caro Celati, sarebbe fare lo scrittore… Comunque, da un punto di vista storico, non fu Elena di Troia la causa del conflitto narrato dal poema omerico, ma lo scontro di due potenze. Ilio, o Troia che dir si voglia, oggi è un sito storico, si chiama Truva ed è popolato solo da un centinaio di abitanti, ma allora era un’antica e potente città dell’Asia Minore -oggi sarebbe in Turchia- e si trovava su una collina in una posizione privilegiata all’entrata dell’Ellesponto, lo stretto dei Dardanelli che collega l’Egeo al Mar di Marmara. Con lo stretto del Bosforo, tra Mar di Marmara e Mar Nero, siamo al confine marino meridionale fra Europa e Asia. Greci e Troiani si contendevano il mare e la terra, gli scambi commerciali e il potere che ne derivava. E così scattò il conflitto. C’entra, semmai, quella che sarà definita in seguito “la trappola di Tucidide”. E dunque vediamo perché e cosa sosteneva Tucidide. L’intento dei suoi scritti di storico era di fornire a chi partecipa alla vita politica, cioè della Polis, gli strumenti per interpretare il presente e prevederne i possibili sviluppi futuri, senza interpretazioni mitiche dei sogni e senza confidare, temere o mettere in conto alcun intervento divino trascendente. Diversamente dalle Storie di Erodoto, l’uomo, secondo Tucidide, è al centro della storia. Incontra semmai un ostacolo nell'intervento della Tyche, la fortuna, il caso, intesi come variabili drammaticamente connessi al corso degli eventi. La fallibilità umana è uno degli elementi della natura mortale. Cito Tucidide: "Per natura gli uomini, sia come privati cittadini sia come organismo politico, sono indotti a errare e non esiste legge che glielo possa impedire". La Tyche perciò esiste perché l'uomo non creda di poter dominare il futuro. È comunque un fattore principalmente terreno. L’uomo politico deve conoscere le istanze razionali ed emotive che coesistono nell’animo umano. Così gli uomini possono condizionare il caso o conciliarsi con esso e con la propria fallibilità. Invece Erodoto parlava di ὕβρις, Hybris, che era la tracotanza degli uomini, una “malattia” politica e sociale causata dall’intemperanza e dall’eccesso di potere, che incorreva nella Némesis, la punizione degli Dei. Per Tucidide invece la storia è diretta dagli uomini e dalle risorse materiali, non da Dei benevoli o punitivi. E ciò si realizza attraverso la conoscenza -lui dice- perché nella storia c’è una costante, la Physis, la natura, che determina il comportamento sociale degli uomini e della comunità. E la natura umana tende verso un desiderio inesauribile di accrescimento. Questa, la sua caratteristica principale.

- Che pessimo modello di dominio e sfruttamento di risorse! Già allora! E meno male si parla della “culla della civiltà”!

Aïcha Ndiaye, dai banchi in fondo alla classe con un’aria di delusione e rabbia, alza la voce.

- A quei tempi il tema non era certo quello della decrescita felice. Secondo Tucidide, la tendenza naturale della società umana organizzata politicamente ad aumentare la propria potenza non può essere limitata né contrastata, se non da una forza uguale e contraria. Per questo Sparta e Atene tenderanno ad accrescere la loro forza per entrare inevitabilmente in conflitto. A quel punto non esisteranno altri esiti, se non la guerra. E questa, per Tucidide, è la ragione e la causa della Guerra del Peloponneso. Due centri di potere all’interno dello stesso territorio entrano fatalmente in conflitto per il sopravvento dell’uno e la distruzione o sottomissione dell’altro. Tucidide da storico non può che osservare come la guerra sia al centro della storia umana. La guerra e, di conseguenza, il denaro. Per fare la guerra occorre denaro. Senza ingenti riserve finanziarie non è possibile armare un esercito, pagare i soldati, costruire una flotta, sostenere un assedio. Lo dicono i discorsi pronunciati dal Re Archidamo a Sparta e da Pericle ad Atene. Lo scontro tra gli opposti interessi e rapporti di forza delle due Città Stato, che oggi potremmo definire due superpotenze, porta ad una guerra di annientamento o sopraffazione. Transitori e inutili saranno i tentativi di convivenza, alleanza o pace. Per questo alcuni storici dei nostri tempi hanno definito questo processo “la trappola di Tucidide”.

- Professore, questa cosa, sbaglio o è valida anche oggi?

- Bravo Rinaldi, non sbagli, purtroppo credo di sì. In effetti in questa trappola siamo caduti spesso e volentieri nel corso della storia. È avvenuto in tempi moderni per le due guerre mondiali. Ovviamente la storia non si ripete pedissequamente uguale. Oggi la scena si è allargata al mondo intero, diverse sono le potenze e le superpotenze, ma anche ai tempi delle Guerre del Peloponneso, non c’erano solo Atene e Sparta, c’erano anche altre Città Stato con contrapposte alleanze e la tesi di Tucidide dovrebbe far riflettere e mettere in guardia. Tucidide si rese conto che, per le opposte volontà di potenza, la guerra può scattare come una trappola, coinvolgendo tutti. E ce lo disse. Le guerre non sono mai giuste e lo schema della “trappola di Tucidide” è sempre applicabile ad ogni conflitto su larga scala. Però serve per spiegare, non per giudicare. Secondo me questo non sempre è sufficiente. Occorre una completezza del giudizio. Se, oltre la Storia, esiste o necessita un giudizio etico. Cosa, in effetti, difficile e controversa, specie per gli storici. Il limite insomma può essere quello di un certo “giustificazionismo” storicista, obbligatoriamente imparziale che sembra “esonerarci” da un giudizio. Ciò vale sopratutto dove le guerre sembrano essere innescate da un cosiddetto “casus belli”, un pretesto più che da una vistosa azione militare. Le potenze entrano sempre in conflitto, Tucidide non sbaglia, ma ad esempio la Guerra Persiana, con tutte le giustificazioni possibili, fu causata dall’invasione della Grecia da parte della Persia. Non a caso la Grecia si unì nell’alleanza Panellenica, si difese e ricacciò l’invasore. Le Guerre del Peloponneso rendono invece più difficile, se non impossibile, un giudizio che rientri nel semplice, a volte semplicistico, schema aggredito-aggressore e per cui vale di sicuro l’interpretazione della “trappola di Tucidide”. In fondo questo, venendo a tempi vicini a noi, può valere anche per la Prima Guerra Mondiale. Per la Seconda Guerra Mondiale invece, al di là di tante cause possibili, non si può non dare un giudizio relativo alla politica del Nazismo e del Fascismo, alle invasioni militari dell’esercito tedesco, oltre agli orrori della persecuzione razziale contro contro gli ebrei e a quella contro i dissidenti. E oggi è difficile non riconoscere che, al di là di tutte le pressioni politico-militari, sia stata la Russia ad invadere l’Ucraina e non il contrario. Anche per l’eterna questione Israelo-Palestinese, rifiutando ogni terrorismo e considerando giusta l’attribuzione di una terra al popolo ebraico, come si fa a non vedere le continue aggressioni di militari e coloni armati di Israele nelle terre del Popolo Palestinese e l’attuale genocidio e distruzione di Gaza? Ridotti all’inerzia gli organismi internazionali, il mondo sembra essere in balìa delle grandi potenze che se lo dividono. La differenza rispetto al recente passato è che le potenze non sono più solo due: questo cambia, ma non so se migliora la prospettiva. Un tale scenario, oltre che ingiusto, non è certo rassicurante. Ovviamente queste sono opinioni personali. Prendetele come tali, non voglio influenzare il vostro giudizio.

- Comunque la si pensi, professore, è davvero la guerra il centro della storia umana?

- Cara Pucci, non lo so. Alla fine spero di no. Certo la guerra prende gran parte della storia e purtroppo anche del presente. Per il futuro ditemi voi. È interessante e rivelatore il rapporto che c’era nell’antica Grecia, pure culla della civiltà europea, tra conflitto e diritto. Vi racconto -ancora Tucidide- la storia dei Meli.

- Dei Peri no?

Risate della classe.

- Pronto di spirito, come al solito, il nostro Sassi! I Meli erano una popolazione che si trovò, non del tutto per sua volontà, in guerra contro Atene. Proposero un dialogo e la risposta di Atene fu…

- Fate le mele, non fate la guerra! Professore, o perché si chiamavano Meli !? Che nome è?

- Che nome è Scordo che, per la cronaca, è un cognome di origine grecanica e significa “aglio”. Che nome è Sassi? Anzi, com’è ormai di comune dominio anche tra gli insegnanti, “Ghiaia”?

Risate diffuse di tutta la classe.

- Che sempre sassi sono, professore!

Ancora risate, più sostenute e con un accenno di applauso.

- I Meli erano gli abitanti dell’isola di Melo, non erano Peri perché non c’era un’isola di Pero. E così ho risposto al nostro simpatico mattacchione. Per una serie di circostanze e di motivazioni, i Meli dichiararono la loro neutralità sia da Sparta che da Atene alla cui potenza imperiale non vollero sottomettersi. Atene, che dominava i mari, invase l’isola e la cinse d’assedio. I Meli chiesero agli Ateniesi il rispetto della loro neutralità, in nome della giustizia. Ma gli Ateniesi dettero loro un ultimatum: arrendersi o essere sottomessi e risposero così, cito Tucidide dagli appunti: Per quanto possiamo congetturare del mondo degli Dei, e per quanto sappiamo con certezza di quello degli uomini, noi crediamo che gli uni e gli altri ubbidiscano a una sola legge, che spinge i più forti a dominare i più deboli. Questa legge non l'abbiamo fatta noi; altri ce l'hanno insegnata, e noi obbediamo. E così fareste voi, se foste al nostro posto”. L’isola fu messa a ferro e fuoco, gli Spartani, che con gli eserciti dominavano le vie di terra, non giunsero in soccorso. Tutti gli uomini furono uccisi, mentre donne e bambini furono venduti come schiavi. Con questo episodio, non solo si afferma “naturalmente” il diritto del più forte, ma si giustifica il principio secondo cui la forza può consentire la democrazia e la democrazia può concepire la forza. Questo realismo assoluto e cinico, che sembra quasi anticipare il pensiero machiavellico, scaturisce dalla Guerra del Peloponneso, come ce la tramanda Tucidide nel suo inappuntabile racconto che registra picchi alti di civiltà e democrazia e, nello stesso tempo, descrive una guerra combattuta senza esclusione di colpi.

- Prof, ma alla fine che ne è stato di tutte queste guerre?

- Sì, come andarono a finire, che esito ebbero?

- Se mi chiedete come finirono le guerre dovreste saperlo, cari Desideri e Marianelli. Se volete conoscere il loro significato, la cosa è più complessa. Riassumo. Come ci racconta Erodoto, le due Guerre Persiane furono vinte dalla Grecia. La prima fu dal 492 al 490 a.C. Nel 490 la battaglia della piana di Maratona contro il Re di Persia, Dario, fu vinta da Atene e Filippide, l’emerodromo, colui che corre per un giorno intero, corse per oltre 40 Km fino ad Atene per annunciare la vittoria. Morì per la fatica, ma “inaugurò” la Maratona Olimpica. La seconda Guerra Persiana andò dal 480 al 478 a.C. Nella battaglia navale di Salamina nel 480, dopo l’eroico sacrificio di Leonida e degli Spartani alle Termopili, la lega Panellenica, cioè tutta la Grecia, con una flotta più agile, affondò le più pesanti e meno manovriere navi persiane e il Gran Re, Serse, succeduto a suo padre Dario, fu costretto a ritirarsi. Successivamente la battaglia terrestre di Platea del 479 a.C. vide vincitori gli eserciti delle città greche alleate, tra cui Atene, Sparta e Corinto, sul resto delle truppe persiane guidate dal generale Mardonio che morì in battaglia. Infine nel 478 ci fu la presa di Sesto, città persiana sui Dardanelli, da parte dei Greci. E qui si concludono, la guerra e le Storie di Erodoto. Gran parte dell’esercito persiano venne massacrato, la flotta fu distrutta e con la vittoria della Grecia l’invasione persiana ebbe fine. Da lì in poi iniziò la riscossa greca. Perché le guerre, in realtà, non hanno mai fine. Quanto alla Guerra del Peloponneso, come ci testimonia Tucidide -se n’è parlato ora- fu Sparta a risultare vincitrice dopo la sconfitta delle truppe Ateniesi, la distruzione della flotta di Atene e lo smantellamento delle mura e del porto. L’esito di tutto ciò mi è più difficile interpretarlo. Vennero i Macedoni, i Romani e successivamente altri “barbari”. La potenza della Grecia andò esaurendosi, ma la sua civiltà no: fu trasmessa al diritto, alle leggi, alla cultura e alle usanze politiche degli “invasori”. Le armi valgono fino a che valgono. Pensate: Sparta fu vittoriosa e Atene sconfitta. Ma che rimane della militare oligarchica Sparta? Rifondata nel 1834, oggi è un sito archeologico con pochi reperti e un modesto centro agricolo di poco più di 36 mila abitanti con i recenti accorpamenti. Invece la democratica Atene, storicamente e finalmente deposte le mire imperialiste, è una città di oltre 600 mila abitanti, con un’area urbana di 2.600.000 abitanti circa. È un patrimonio di arte e la capitale della Grecia. Sparta non fu capace di gestire la vittoria, Atene fu in grado di rivalersi sulla sconfitta. Perché alla fine sono la civiltà, la cultura, l’arte e il sapere che restano e si tramandano, non il fronteggiarsi di eserciti, il fragore delle armi e i cadaveri dei soldati che disseminano le pianure. Non lo scontro delle flotte, nel mare di spuma e di sangue. Il fuoco di chi siamo e cosa valiamo dura oltre le fiamme e il bagliore di vittorie e sconfitte.

- E fra Erodoto e Tucidide a lei, professore, chi piace di più?

- Stefani!!! Lo studente dunque parla! Mi fa piacere questa improvvisa loquacità. Dovrei dirti Tucidide, come storico, ma, se vado a sentimento, ti dico Erodoto. Il perché, non lo so di preciso. Forse perché Erodoto scrive bene e Tucidide è più complicato a leggersi. Oppure perché Tucidide è più preciso e freddo nelle descrizioni e implacabile nei giudizi, ma Erodoto è più affabulatore e sognatore, con i resoconti dei suoi viaggi, l’intervento divino, la confusione dei racconti e le vicende in corso, del Mito con la Storia. “Di tutto e di tutti bisogna scorgere la fine, cioè dove le cose del cielo e della terra vadano a finire. Dove una felicità potemmo intravedere o dove dalle radici ci sconvolse un Dio”. È un passo riadattato delle Storie: non è bellissimo?! Al contrario della sua opera che è giunta per intero a noi, la vita di Erodoto di Alicarnasso, alcuni dicono di Turi, è avventurosa e vaga e questo me lo rende più affascinante e misterioso. Gli Dei, il mito, gli eroi, la gloria, d’accordo, possiamo, anzi dobbiamo ridimensionare in parte la sua ispirazione, datarla all’epoca e all’epica in cui visse, ma non era più ricco, meno cinico e determinista rispetto a Tucidide, il suo modo di vedere? Erodoto non era uno storico militante, tantomeno militare. Era un narratore favoloso. La flagellazione dell’Ellesponto, che storia! Serse per invadere con l’esercito persiano la Grecia, costruisce uno smisurato ponte di barche sullo stretto dei Dardanelli, ma una tempesta marina lo spazza via. Allora il Gran Re ordina la flagellazione del mare per punirlo, con trecento frustate, insulti e maledizioni. Erodoto raccoglie e ci racconta questa leggenda come un esempio della Hybris, l’arroganza verso gli Dei e la natura, la follia e la presunzione divina del potere assoluto. Così la leggenda diventa monito, suggestione e storia. Tucidide dal canto suo descrive la peste di Atene a cui sopravvisse, al contrario di Pericle che morì per l’epidemia, e lo fa in modo drammatico e clinico insieme. Con umanità, ma anche con scientificità analitica e medica, esamina la malattia in modo oggettivo, concentrandosi sui sintomi, senza attribuirla a cause divine. Il poeta latino Lucrezio nel “De Rerum Natura” riprenderà questa descrizione, spiegando la peste come un fenomeno naturale causato da “semi nocivi” e non da punizioni divine. Ecco azzardo, con molta imprudenza, un paragone. Al giorno d’oggi Erodoto sarebbe l’autore inventore dei romanzi storici. Tucidide il primo storico a scrivere saggi. È un paragone quasi sicuramente sbagliato. Solo per farvi capire o per comodità di esposizione. Però, mi raccomando, voi non dovete darmi retta, studiate e pensatela come volete. Senz’altro Tucidide è più attendibile e innovativo dal punto di vista storico. Erodoto non se ne abbia a male. E comunque alla fine Erodoto e Tucidide, entrambi ci interrogano sul valore e la funzione della Storia: se davvero sia maestra di vita e possa insegnarci a comprendere il presente, facendoci intravedere il futuro. Che è l’unico posto dove possiamo -potrete- andare. Sembra invece che gli uomini, crescendo, imparino un bel niente. La guerra sarà sempre l’unico risultato inevitabile delle controversie? E ogni pace avrà breve durata? Non cesserà mai la bramosia di potere e di denaro degli Stati e degli uomini? E fra il rigore oligarchico spartano e l’imperfetta democrazia ateniese, quale sistema è preferibile? Starebbe a noi moderni trovare le risposte. Non ci sono fatti, solo interpretazioni, lo dice un filosofo controverso, in una stagione terribile della storia, forse la peggiore, se c’è un limite al peggio: Friedrich Nietzsche. Ma chissà se è vero. Basta! Scusandomi con i vegetariani, non mettiamo ancora carne al fuoco. Avete altre domande?

- Professore, sta finendo l’ora!!!

In diversi si affrettarono a richiamare a gran voce la scadenza liberatoria dell’orario scolastico dalla trappola della lezione. Perfino il bravone del Modesti, dal primo banco.

- Avete ragione. Siete salvi. E poi, ragazzi, vi devo comunicare una cosa. Purtroppo o per fortuna per voi e per me, mi hanno assegnato un posto di ruolo, giù dalle mie parti, in Magna Grecia, dove andarono a perdersi le navi ateniesi guidate da Alcibiade. La mia supplenza è finita e sto pensando al da farsi. Ma certo sarebbe finalmente un’occasione per me, la fine della mia odissea didattica, Ulisse qual sono. Ulisse che non sono altro. Be’, vediamo, manca ancora un po’ di tempo. Però ve lo volevo dire.

- Peccato, in fondo non era proprio malaccio come professore…

Non si sa chi lo disse, Ulisse Scordo aveva abbassato gli occhi, come suo solito. Commozione. Suona la campanella. Arrivederci.

Marco Celati

Pontedera, Gennaio 2026

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P.S. Alcuni nomi -cognomi in realtà- corrispondono a quelli della mia classe di tanti anni fa: peraltro Liceo Scientifico e non Classico. Altri no o sono travisati. Ovviamente tutti i dialoghi e il resto sono frutto, come il professor Scordo, della mia arbitraria e deprecabile invenzione. Però, ben oltre le parole, il ricordo di molti, che si sono assentati dalla classe e dalla vita, è sincero e rimane. In particolare di “Ghiaia”, Ubaldo Sassi, impareggiabile per simpatia e ironia, anima della classe. 

Marco Celati

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