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martedì 29 novembre 2022

RACCOLTE & PAESAGGI — il Blog di Marco Celati

Marco Celati

MARCO CELATI vive e lavora in Valdera. Ama scrivere e dipingere e si definisce così: “Non sono un poeta, ma solo uno che scrive poesie. Non sono nemmeno uno scrittore, ma solo uno che scrive”.

Utopie

di Marco Celati - domenica 11 settembre 2022 ore 08:00

Dopo la dolente dissoluzione di tanti ideali egualitari, libertari e solidali e di tante speranze di sinistra e progressiste, dopo l’irruente avanzata della destra e relative tendenze populiste, sovraniste e autoritarie, poche sono le utopie che ci restano nel nuovo millennio. Due voglio citarne: la pace e il raveggiolo. Lo so, vi state già chiedendo cosa sia il raveggiolo, ma, al tempo: procediamo con ordine. Prima di tutto la pace.

Dell’importanza della pace è perfino superfluo argomentare, specie con i miei modesti mezzi. Per scongiurare una facile e insidiosa caduta nella retorica e far capire l’impellenza e, nello stesso tempo, la difficile prospettiva utopica della pace, eviterò di riferirmi alla scontata immagine del filo dell’orizzonte che si sposta sempre in avanti man mano che procediamo, valido per chissà quante altre cose riferite al progresso umano. Mi limiterò a raccontare una storiella che mi ha di recente ricordato un mio caro amico scrittore. L’ho sentito al telefono; sarebbe cellulare, ma entrambi apparteniamo alla generazione del telefono e ci sta bene così. Lui, specie per scrivere, si isola nell’alta Garfagnana. Resiste sui monti, ora e sempre e, preferibilmente, non scende sotto i mille metri di altitudine perché sopporta per niente il caldo e forse poco la gente. Ci somigliamo per quanto riguarda il caldo. Per la gente no: a me sono sufficienti molti meno metri. Basta anche il livello del mare. Insomma, per farvela breve, ecco la storiella. In una variante poco conosciuta delle “Mille e una notte”, quella delle notti supplementari, come per i tempi del calcio, c’è Aladino con la sua lampada meravigliosa. Aladino la strofina ed esce il Genio. Non uno dei tanti finti geni di cui mi diceva Luciano Luongo, bensì quello vero, della Lampada, il quale gli chiede di esprimere un desiderio che lui, inteso come Genio, avrebbe esaudito. Bene. La prima richiesta di Aladino fu: un unicorno blu alato. Sennonché il Genio rispose ad Aladino che il desiderio non era realizzabile, l’unicorno essendo una figura mitologica inesistente nella realtà. Quindi lo invitò ad esprimere un altro desiderio. Allora Aladino, dopo averci riflettuto, in un afflato di umano trasporto, chiese: la pace nel mondo! Al che il Genio: di che colore lo volevi l’unicorno? Proruppe sconsolato. Quando si dice un’utopia! Specie in questi tempi di guerra, la pace si rivela in tutta la sua non facile realizzazione. Ciò che non la rende meno necessaria.

Ma veniamo al raveggiolo, precisando che, ovviamente, si tratta di un’utopia minore, breve e circoscritta. Almeno per noi. Il raveggiolo o raviggiolo, o come diavolo si scrive e si pronuncia, è un formaggio fresco molle di latte vaccino, occasionalmente ovicaprino. È tipico dell'Appenino tosco emiliano. Per prepararlo si aggiunge al latte il caglio e si lascia coagulare per poco tempo, poi, senza rompere la cagliata, si fa scolare su stuoie o canestri di vimini o di plastica o tra foglie di felce, di fico o di cavolo. O dove cavolo si riesce a scolare. Si consuma -si consumerebbe- fresco, entro pochi giorni dalla preparazione; il periodo tradizionale di produzione, data la sua ridotta conservabilità, è limitato ai mesi temperati, da ottobre fino a marzo. La sua altezza è giusta e la sua forma vagamente rotonda, giacché ogni utopia resta piuttosto nel vago. Pasta semidura e tenerissima, colore bianco latte con il sapore dolcemente delicato, un po' burroso. E chi l’ha mai assaggiato!

Il primo documento storico riguardante il raveggiolo risale al 1515 e riporta una donazione al Papa Leone X. Pellegrino Artusi inserisce questo formaggio nel ripieno dei cappelletti. In tempi un po’ più recenti, Il primo che ce ne parlò e ce lo promise fu un amico e compagno della “Compagnia dei Vendemmiatori”, il quale vive ed opera sulle colline della Valdera. Lui, quando gliene viene voglia, produce una birra che si chiama “Baffona”. Non mi fate spiegare perché, dato che scrivo in fascia protetta. Anche la “Compagnia dei Vendemmiatori”, in suo omaggio -della birra- si chiama così. La birra, quando se ne può assaggiare una pinta, è bionda e buona. Il Nostro si era cimentato anche nella produzione di una cervogia scura che però era risultata un po’ troppo pastosa e spessa e venne chiamata “Morcona”. Meglio l’altra. Buona la prima.

Fu in una delle liete occasioni prandiali e profusamente libate post vendemmia, che l’amico e compagno, allegro e valderopiteco come il resto della “Compagnia”, ci magnificò e ci promise il raveggiolo. Che però da allora, vuoi per il virus che ha interrotto le nostre vendemmie, vuoi per il tempo che passa e decanta come il vino le vane promesse, è diventata una speranza, un’illusione, un miraggio. Insomma una vera e propria utopia. E alla fine un rimpianto: delle vendemmie, del raveggiolo, della compagnia.

Utopia significa in nessun luogo. In nessun luogo mi trovo più a mio agio e in ogni luogo mi sento fuori posto. È stato bello credere in qualcosa fuori di noi, oltre noi. Forse lo è o lo sarà ancora. Certo, se deve essere utopia, meglio la pace nel mondo del raveggiolo sulle colline della Valdera o nell’Appenino tosco emiliano. Quantunque anche il raveggiolo abbia -avrebbe- un suo perché. A vivere di speranza, dice si faccia una fine ingloriosa, però credere in qualcosa è importante. Non è tutto, ma aiuta, avrebbe detto la Pera per un’altra cosa. Ci aiuta a vivere. Ad accogliere o a sopportare la vita.

Marco Celati

Articoli dal Blog “Raccolte & Paesaggi” di Marco Celati